Senza categoria

AVRAI IL TUO TEMPO PER ANDAR LONTANO…

Per qualcuno è solo mister ‘Avrai’, per qualcun altro è ‘il figlio di…’, per tanti, invece, è uno dei più bravi chitarristi acustici d’Italia… ed è in questa veste che noi lo abbiamo incontrato dopo la fortunata esibizione al Teatro Un1ko di Lavinio, in ‘Note di cioccolata’, un divertente spettacolo dove Giovanni Baglioni non ha solo suonato la sua magica chitarra, ma ha anche condiviso il palco con l’autore e regista della piecè, Paolo Triestino.

Trentasette anni, figlio di Claudio e Paola Massara, Giovanni ha alle spalle una lunga carriera ad alto livello, tanto da poterlo considerare, senza mezzi termini, un vero virtuoso della chitarra acustica, che lui utilizza con la non facile tecnica del fingerpicking e del tapping.

Dopo aver studiato con valenti maestri, ed aver partecipato a numerosi festival sia in Italia (Soave, Sarzana, Fiorano) che all’estero (The Canadian Guitar Festival), nel 2019 ha pubblicato il suo primo album ‘Anima meccanica’, contenente una decina di canzoni con delle invidiabili collaborazioni (Mario Biondi e Flavio Sala), attestandosi al 46° posto tra le hit italiane.

La prima domanda che abbiamo posto a Giovanni Baglioni si è incentrata sulla nascita di questa passione, senza dubbio ereditata in famiglia.

Il mio primo maestro di chitarra classica l’ho avuto intorno ai 8-9 anni e con lui l’approccio era stato buono. Poi lui si dovette trasferire e mi consigliò un suo collega, con cui però non ebbi un buon rapporto, tanto che con lui feci una sola lezione, correndo alla fine da mia madre e piangendo le dissi che non volevo più studiare la chitarra. La prima esperienza musicale finì li. La seconda fase si aprì intono ai 16 anni con un gruppo musicale (‘Chiodofisso’) in cui suonavo la chitarra, ma quella elettrica. Avevamo un repertorio non nostro, ma ci limitavamo a suonare cover famose (Jimi Hendrix, Led Zeppelin)… eravamo molto grezzi, ma bisogna pensare anche all’età che avevamo. Dopo due o tre anni si concluse questa esperienza, molto divertente e formativa, dal punto di vista umano e sociale, un pò meno musicale… senza volerci buttare giù, non credo che fossimo le nuove promesse della musica italiana… Poi c’è stata la terza fase, la più importante anche per il percorso professionale, ed iniziata intorno ai 21 anni, con l’ascolto di Tommy Emmanuel, un chitarrista australiano sensazionale che all’epoca, parliamo dell’anno 2000-2001, era un punto di riferimento molto importante nel mondo della chitarra acustica, uno dei migliori. Avevo sempre pensato che la chitarra acustica fosse uno strumento abbastanza complementare, perché tale è la chitarra acustica nella musica pop. rock e leggera… ed invece sentendo quel disco scoprii che non solo la chitarra era uno strumento protagonista, ma addirittura l’unico strumento. Si trattava di un’opera di chitarra acustica, dove la chitarra non serviva ad accompagnamento di canzoni, ma era la protagonista di tutto il disco. Io fino a quel momento avevo pensato che una cosa del genere fosse da gran rompiscatole… ed invece sentendo questo disco che ascoltai quasi per cortesia nei riguardi di chi me l’aveva regalato, mi si aprì un mondo… ebbi una folgorazione, una rivelazione, una cosa incredibile. Da lì partì il mio percorso di studi. Prima da autodidatta e poi con vari maestri (Pino Forestiere, primo fra tutti)”.

Sta per uscire il suo secondo lavoro strumentale, ce ne vuole dare qualche anticipazione?

“Ad onor del vero ho tergiversato e titubato da troppo tempo, perché le sue fasi di realizzazione sono terminate da tempo. L’uscita l’ho rimandata, anche se ormai ho l’ansia di metterlo finalmente a disposizione di chi voglia ascoltarlo, con molta umiltà, ma anche con il giusto orgoglio perché credo nella bontà del prodotto. Questo secondo lavoro si porta dietro delle similitudini col primo, essendo un lavoro di sola chitarra acustica tranne un pezzo dove ho fatto un esperimento molto ambizioso, in cui suono sia la chitarra che il pianoforte contemporaneamente. Ed è proprio il mettere in pratica questo pezzo, nei possibili spettacoli live che mi mette ansia.  Sarà un disco di musica strumentale, ma anche in questo caso verrà accompagnato da un libretto, non dico d’uso, con le istruzioni, ma come chiave di lettura, per spiegare che senso hanno per me questi pezzi. Anche perché la musica strumentale viene guardata un pochettino, come un grande malloppone piacevole, ma un pò generico. Per me, invece, anche se non ha le parole, a volte può essere comunicativa di un’esperienza, di un sentimento, di un’emozione, di una storia specifica. E così è nel mio caso, sono dei pezzi legati a qualcosa di importante, anche se non hanno la forza comunicativa, esplicita delle parole, ma non per questo sono generiche opere di accostamento di note”.

Non ci ha detto ancora il titolo?

“Forse non l’ho detto perché non ne ha ancora uno definitivo, anche se credo che alla fine sarà: ‘Vorrei bastare’…”

Ha notato che non ho parlato mai di suo padre, e non lo farò neanche adesso, ma mi limiterò a prenderlo alla lontana… per quelli della mia generazione lei è Mister Avrai… bene, di quella bellissima canzone, qual’é la frase che sente più vicino a lei?

“In realtà un pò tante… devo dire che io non la sento ‘mia’… la canzone è una sincera, spassionata esternazione di un amore verso un figlio. In quel caso sono io, ma per me non c’è una certa specificità. Ci sono tante suggestioni che viene dopo, soprattutto nelle parti più enfatiche e anche un pò malinconiche: il viale di foglie in fiamme ad incendiati il cuore… una sedia per posarti, ore vuote come uova di cioccolate… devo dire che mio padre ha una certa capacità di catturare delle immagini che non sono metaforiche e non sono neanche retoriche, come con ‘Fotografie’ in cui c’è la frase “spiccioli di pesci” che restituisce proprio quella specie di luccichìo che fanno i pesci sott’acqua. Riesce spesso di rendere con delle parole spesso non scontate e non retoriche, delle immagini simboliche piuttosto forti. In ‘Avrai’ ci sono molti riferimenti ad uno stato, anche ad un certo malessere della vita, che non necessariamente è negativo, ma di complessità… forse quell’aspetto lì è quello che più di tutto affascina anche me. Insomma non è che non la sento mia. perché non mi piace. La sento patrimonio di tutti” (e ridendo conclude la sua frase e la nostra intervista) Sono generoso, la regalo a tutti, anche se è mia”.

Ci siamo lasciati con l’augurio di andare ad applaudirlo, quanto prima, nei suoi futuri concerti, soprattutto alla fine di quel pezzo che lo mette tanto in ansia.

Maurizio D’Eramo

I più letti

To Top