“VOLEVAMO CHIAMARTI ANGELITA…”

“VOLEVAMO CHIAMARTI ANGELITA…”

UNA CANZONE CHE HA FATTO IL GIRO DEL MONDO, PER RACCONTARE UNA STORIA DELLO SBARCO – Mancano pochi giorni all’inizio del 65° Festival di Sanremo, una kermesse canora da sempre attesa da chi non sa rinunciare a canticchiare una canzone radendosi la barba o facendosi la doccia.

Ed è a una canzone che vogliamo dedicare il pezzo di oggi, una canzone legata alla nostra città e ad una delle storie più belle, ma anche più controverse, della nostra memoria.

Era l’estate del 1964, quando nei juke box di tutta la penisola cominciò a furoreggiare  una ballata dei Marcellos Ferial, che parlava di una bambina,  di una notte di guerra, del pianto di un piccolo angelo strappato all’affetto dei genitori, come purtroppo, accade ancora oggi in ogni guerra.

“Sbarcammo ad Anzio/una notte/oooh-oh/oooh-oh/ C’era soltanto la luna/ed un pianto di bomba/In fondo al suo sguardo di mare/c’erano ancora le favole/e quattro conchiglie/ripiene di sabbia/stringeva una piccola mano/Angelita/ti saresti chiamata Angelita”

Una canzone ritenuta da tanti un vero e proprio ‘evergreen’, legato allo sbarco del gennaio 1944 sulla costa di Anzio, una storia che qualcuno vuole inventata di sana pianta, ma che tantissimi altri l’hanno presa ad esempio delle nefandezze della guerra, partendo da colui che l’ha raccontata al mondo intero. Si trattava del caporale Christopher S. Hayes, uno dei tanti appartenenti a ‘Royal Scots Fusiliers’ che sbarcarono quella notte sul suolo italiano con l’intento di aprire un nuovo fronte d’attacco, avrebbe alleggerito la pressione tedesca su Cassino e agevolato la liberazione di Roma.

03 - Los Marcellos Ferial - Front

Hayes, quella notte, insieme ai suoi commilitoni, sbarca su un tratto di  spiaggia, che dovrebbe essere (usiamo il condizionale perché il caporale, negli anni rilascerà una serie di interviste anche un po’contrastanti tra loro) quella a ridosso dell’attuale riserva naturale di Tor Caldara; non trova ad aspettarlo i tedeschi, presi alla sprovvista dallo sbarco, ma una semplice bambina di 5 anni, che piange sulla spiaggia, tutta sola, abbandonata chissà per quale motivo.

Lui e il suo plotone decidono all’istante che non possono lasciarla lì, e decidono di portarsela con loro, facendone la propria ‘mascotte’ e chiamandola familiarmente Angelita. Qualcuno racconta la versione che il nome non fu inventato all’istante, ma fosse quello vero della bambina, che al momento del ritrovamento aveva indosso un vestitino con un nome ricamato, quello, per l’appunto di Angela Rossi.

La bambina si ritrova così ad avere una famiglia ‘allargata’, con tanti padri che la riempiono d’affetto, ma la ritrovata felicità dura pochi giorni, fino a quel tragico 31 gennaio.

Anche sulla fine della storia ci sono varie versioni, che l’Hayes raccontò di volta in volta nella varie interviste, in una si parla della morte della bambina in trincea, durante un bombardamento, ma quella più accreditata racconta che dovendo riprendere l’avanzata, gli Scouts decisero di lasciare la bambina nel campo della Croce Rossa posto in località Carroceto, anzi per dirla con le parole del caporale inglese, ‘la Fabbrica’, come era chiamata sulle mappe militari britanniche, ma poche ore dopo, durante un cannoneggiamento tedesco, una bomba da 88 mm cadde proprio sul campo, facendo una carneficina tra i feriti ricoverati.

Il soldato Hayes accorse subito per vedere le condizioni della bambina, ma la trovò tra i morti, come scrisse  in un racconto, poi raccolto da Ennio Silvestri: “Strinsi la bambina per l’ultima volta quale estremo saluto mio e dei miei compagni e la adagiai lungo il ciglio della strada tra i morti inglesi, americani e tedeschi”.

In un’altra versione fornita, si parla solo di un’ambulanza della Croce Rossa: “Qui, in una piazza lungo la strada asfaltata c’era un veicolo della Croce Rossa. Vicino al veicolo c’erano parecchi feriti. Pensammo che lì la bambina sarebbe stata al sicuro. E così, con la tristezza nel cuore, affidammo Angelita a un’infermiera americana che stava prestando le prime cure ai feriti. Io la vedo ancora, seduta sul veicolo, gli occhi pieni di lacrime salutarci mentre ci incamminavamo verso sud. All’improvviso ci fu una terribile esplosione dietro di noi. Tornai indietro. L’intera piazza dove c’era il veicolo della Croce Rossa era stata centrata da una bomba… Angelita era stata sbalzata fuori dal veicolo. La raccolsi e la strinsi a me, ma era già morta”. 

Il plotone ripartì, e continuò a risalire al nord, fino alla liberazione di Roma e dell’Italia, ma il ricordo di quella notte, di quella bambina e della sua tragica fine, non abbandonò mai l’ormai reduce Hayes, che tanti anni dopo, per la precisazione diciassette, sentì il bisogno di scrivere all’allora sindaco di Anzio, per chiedere notizie su quel piccolo corpo, se gli fosse stata data una degna sepoltura: “Mi piacerebbe visitare di nuovo Anzio e Nettuno e magari trovare la tomba di Angelita e quelle degli altri civili e soldati che morirono a Anzio. Ma ora sono sposato e ho cinque figli. Non posso permettermi di viaggiare, ma mi farebbe piacere ricevere foto della zona e qualsiasi altra informazione vorrete mandarmi. Sono certo che, oggi, lì tutto è cambiato”.

Immaginiamo la faccia del Sindaco apprendere dopo tanti anni dallo sbarco, quella notizia e quella storia, e soprattutto il suo imbarazzo nel dover ammettere che di quella storia nessuno ne sapesse niente… Angelita, la piccola Angelita era diventato una specie di piccolo soldato ignoto, rimasto senza sepoltura.

Il Signor Hayes fu, alla fine invitato ad Anzio, e nel suo soggiorno anziate ci furono decine di donne che si presentarono dicendo di essere la ‘mitica’ Angelina Rossi, ma nessuna di esse aveva un’età compatibile con quella della bambina di vent’anni prima, oltre al fatto che l’uomo asseriva di aver visto la bambina morta.

angelita

Oltre a quelle di quell’anno, molto tempo dopo, balzò alle cronache un’altra Angela Rossi che asseriva anch’essa di essere la vera Angelita della storia, un po’ di polemiche, un po’ di discussioni animose e poi la storia si sgonfiò così com’era nata, e di quella donna non se ne seppe più nulla.

Comunque sia, la storia della bambina fece il giro di tutto il mondo, fino ad arrivare alle orecchie di un giornalista, Maso Biggero, che la raccontò  ai componenti del gruppo vocale dei Marcellos Ferial; la storia piacque e ne uscì fuori una canzone triste, struggente, arrangiata a mò di marcetta militare, ma bellissima che decretò la fortuna del gruppo.

Nella classifica dei dischi più venduti in Italia, alla fine del 1964, raggiungerà un’invidiabilissima diciottesima posizione, oltre ad essere indicata dai responsabili del settore la ‘canzone dell’anno’.

A mettere in dubbio la storia e la vera esistenza della bambina, ci fu proprio Marcello Minerbi, fondatore del gruppo e autore della canzone, insieme allo stesso Biggero e a Carlo Timo.

“Secondo me Angelita di Anzio non e’ mai esistita“- dichiarò il Minerbi in un intervista del 1994 al ‘Corriere della sera’- “Pare, ma siamo nella leggenda, che alcuni pescatori di Anzio, in seguito ai cannoneggiamenti sulla costa, abbiano abbandonato la loro abitazione dimenticandosi sulla spiaggia quella bambina di cinque o sei anni. Quando vi fu lo sbarco, una truppa di soldati brasiliani la trovò e la ribattezzò ‘Angelo’, tradotto poi in Angelita”.

Nel 1979, Anno mondiale dei bambini, in considerazione anche della popolarità assunta dal fatto negli anni, il Comune di Anzio decise di inaugurare alla memoria della bambina un monumento, opera di Sergio Cappellini, sul lungomare nella Riviera Mallozzi.

La statua in bronzo, raffigura una bambina attorniata da cinque gabbiani, a cui alza le braccia. Qualcuno ritiene che quel gesto istintivo voglia significare la voglia di giocare con loro, per altri è come un cercare un contatto con gli uccelli che sembrano volerla portare lontano dalla guerra, dal dolore.

Insomma, la storia di Angelita di Anzio vera che sia, oppure una leggenda del tutto inventata, è diventata -a giusta ragione- il simbolo di tutti quei bambini coinvolti nelle atrocità guerra.

Maurizio D’Eramo

 

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