L’ANGELO DELLA FARINA…

L’ANGELO DELLA FARINA…

Anche se un problema tecnico ha fatto rimandare al 3 luglio, la performance più attesa della giornata, quella delle due artiste Kahrim e Julius Kaiser, la penultima giornata della sezione poesie performative della Biennale Shiongle 22j, è stata davvero superlativa.

I tre artisti che si sono succeduti nelle ‘azioni’ nella corte del Forte Sangallo a Nettuno, hanno regalato ai molti spettatori presenti, tre indimenticabili momenti, di cui il primo, quello di Nina Maroccolo, di altissima poesia.

Nata a Massa nel 1966, e cresciuta in Sardegna, la Maraccolo è approdata, a Firenze, dove ha studiato Arte e Musica.

Scrittrice, cantante e performer, autrice di testi teatrali, interprete, artista visiva. Lavora a recital, improvvisazioni, azioni sceniche. Predilige i “Canti per voce nuda”, la tradizione orale e il canto sacro. Ha fatto parte dell’etichetta discografica indipendente CPI (Consorzio Produttori Indipendenti, Firenze), responsabile dell’Associazione Culturale “Il Maciste”.

Membro fondatore del gruppo artistico-sperimentale ATEM, che si è occupato di ritmo, musica e performances dal vivo, ha partecipato a numerose trasmissioni su RAI1, RAI2 ed altri emittenti televisive. Tra i programmi più importanti “La Bibbia giorno e notte: i mille volti di un’esperienza indimenticabile”,  da cui è stato tratto un volume con dvd e documentario del memorabile evento mondiale (Ed. Velar / Rai Eri 2009).

Nel 2009 le è stato conferito il Premio Nazionale per la Narrativa dal Sindacato Nazionale Scrittori, SIAE, Reti di Dedalus, per il racconto ‘Malestremo’. Con i poemetti di ‘Illacrimata’ ha ottenuto il riconoscimento del Premio Speciale della Giuria “Città di Cattolica” 2012.

PLINIO PETILLO Plinio Perilli

A presentare la sua performance è stato chiamato un ospite d’eccellenza, il noto critico letterario Plinio Perilli, presente alla manifestazione, che si è soffermato su come è stato azzeccata la realizzazione di un evento del genere nel contesto del Forte Sangallo. Prendendo spunto dalla installazione, ancora presente a terra, di Libera Mazzoleni, presentata nella giornata inaugurale della mostra a Nettuno, Perilli ha ricordato come “quel pane, quelle rosette non sono più delle rosette, ma un gesto artistico, con la presenza dei ritagli della Divina Commedia, presi dall’Inferno di Dante mischiati a farina, al pane raffermo… una poesia rafferma, che invece rinasce, lievita come i versi che tra poco declamerà Nina Maraccolo, che parlerà di pane, che al di là della sacralità, della valenza eucaristica –in senso laico-, il pane diventa il seme del migrante, di una civiltà che si è fermata, è diventata stanziale e ha cominciato a coltivare… tutte queste cose trovate in una discarica non sono nulla, ma l’artista moderno deve liberarsi di alcuni canoni, come la poesia deve liberarsi dell’andare a capo, delle strofe, riverginarsi, rinnovarsi… ritrovare la bellezza dell’emozione, un’emozione che torna così, con quel lenzuolo steso a terra (il lenzuolo citato fa parte della performance della Maraccolo. n.d.r.) con un cortile, come questo, che ha smesso di essere un cortile, per diventare qualcosa che fa parte di questa emozione che dall’artista viene a voi”

Sabato, la Maraccolo, ha presentato la performance ‘Un angelo di farina’, un’ode che partendo dalla metafora del ‘pane’, diventa una specie di banchetto eucaristico, con la condivisione di una grossa pagnotta con i presenti. Alimento, seme migrante per eccellenza, è il pane dell’eguaglianze, “lucerna indoeuropea”, come formula la stessa poesia.

nina maraccolo e dona amati

L’azione è stata introdotta, dall’artista, con un canto mistico, un mantra che ha ricordato ai presenti quei canti delle popolazioni nomade del deserto, fatti intorno al fuoco, canti che come ci dirà lei stessa, alla fine, fanno parte del nostro passato di civiltà, canti dalla matrice israelitica, arabi, tibetani… e quel ripetuto ‘Non dimenticare’ che l’ode ripropone in modo quasi ossessivo, sembra proprio partire da lì, da un gruppo di nomadi carovanieri che tramandano la propria storia, le proprie vicende, il proprio modo di vivere ai posteri… e in questo caso lo fanno prendendo a spunto il cibo, il grano: “mi condusse un angelo di farina/ne feci pane, oro – lo mangiai…/”Non dimenticare” levitò/il migrante israelita/”Non dimenticare” lievitò/il frumento d’Abissinia/”Non dimenticare” levitò/la segala siberiana, sguardo bizantino/mi condusse un angelo di farina/ne feci pane, oro e tempo – lo mangiai…”

nina carACCOLO E DONA AMATI 2 Nina Maroccolo e Dona Amati

 

Diceva, Perilli, della valenza eucaristica dell’azione, che si è concretizzata nella condivisione, col pubblico presente, di una grossa pagnotta di pane che l’artista ha distribuito, prima di far entrare, ad aiutarla nella performance, Dona Amati, valente artista, che presente fra il pubblico, ha immediatamente accettato di assisterla, nel ruolo dell’Angelo.

Quel canto iniziale” –ci ha confessato l’artista, alla fine dell’azione- “ha un valore altamente rituale, simbolico. Si tratta di un canto ‘a voce nuda’, che io prediligo moltissimo… non vendo mai, infatti, accompagnata da strumenti. Al Mantra è legata la nostra memoria… sono canti molto antichi, israeliani, arabi, tibetani. Io lavoro molto sul mantra tibetano perché in questo canto, la voce proviene direttamente dal ventre, e possiamo turare fuori così, tutto… Ed è molto importante che queste vibrazioni arrivino, poi, allo spettatore. Ecco perché avevo chiesto al fonico dei particolari tipi di riverberi. Perché nel mantra tutto il corpo vibra, ma non deve vibrare solo per noi stessi, ma deve arrivare al pubblico, non si deve creare una distanza tra l’artista e la gente, ci deve essere una partecipazione attiva col pubblico. Anche quando ho spezzato il pane e l’ho offerto, vedevo che la gente apprezzava la cosa, perché si trattava quasi di una forma di ritualità eucaristica, cristiana… Attraverso la farina, che è uno degli elementi base del pane, c’è la commistione con l’angelo, androgeno, ma molto carnale, un angelo con un’ala sola, che torna ad essere umano…”

11401072_1116344778380824_9158649858025233640_n Ilaria Palombi

Dopo la Maraccolo e il suo momento di altissima poesia, è stata la volta di una performance degli altri due distinti artisti in programma, Ilaria Palomba e Cristiano Quagliozzi, che hanno dato vita ad un’azione comune, che pur, nella sua integrazione, è stata generata da due esperienze diverse.

Ilaria Palomba, scrittrice e performer, che svolge la sua ricerca su forme d’arte che pongono il corpo al centro dell’indagine, ha proposto la lettura di un lungo brano tratto dal suo ultimo libro, ancora in fase di promozione ‘Homo homini Virus’, mentre affettava e porgeva al pubblico la torta-rituale a forma di essere umano (con le sembianze del Quagliozzi), che i due artisti avevano preparato precedentemente.

 

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Pur giovanissima, la Palombi ha un curriculum di rispetto; finalista al Premio Carver, col suo romanzo ‘Farti male’, tradotto anche in Germania, seconda classificata alla XIV^ edizione del Premio Letterario Osservatorio, con la raccolta poetica ‘I buchi neri divorano le stelle’, nonché la pubblicazione di un suo racconto su una rivista americana.

La particolarità dell’azione è nata proprio alla fine, quando a banchetto finito, è arrivato sulla location, a mòm di ‘zombies’, Cristiano Quagliozzi che si è presentato a ‘recuperare’ quello che era rimasto del ‘banchetto sacrificale del suo corpo’, la testa mozzata, che ha portato, poi, in una lenta processione, prima dentro il Forte e poi tra la gente, nelle vie di una affollata Nettuno.

11429667_1116348115047157_6709159931439266396_n Cristiano Magliozzi

Il Quagliozzi, laureato all’Accademia delle Belle Arti di Roma, dopo la pubblicazione del’opera ‘Quando gli uomini avevano le ali’, è passato a realizzare il progetto di installazioni ‘Facce di Terra’, volto a valorizzare il patrimonio storico dell’Italia focalizzando l’attenzione sul problema dell’inquinamento e la poca attenzione nei confronti dell’ambiente.

Particolare è stato il viaggio, da lui intrapreso nel 2013, per l’Italia, tutto a piedi, con zaino e sacco a pelo, finanziato solo con l’esposizione delle cosiddette ‘mostriciattole’, esposizioni improvvisate delle stampe dei suoi disegni, allestite con filo e mollette.

La performance di oggi” –Ci dice il Quagliozzi-  “nata dal connubio di due ispirazioni, quella di Ilaria e quella mia che avevo in mente da molto tempo… col pubblico che mi mangia… L’idea di uscire fuori del Forte Sangallo, era stata pensata prima, poi quando fai una performance, quello che accade è tutta un’incognita, e non si sa mai come va a finire. Abbiamo seguito l’ispirazione, siamo finiti sulla spiaggia… Riproporremo questa ‘passeggiata’ a Roma, da Trinità de’ Monti a Campo de’ Fiori”.

Maurizio D’Eramo