L’ALTRO SBARCO DI ANZIO

L’ALTRO SBARCO DI ANZIO

Ci siamo da poco lasciati alle spalle i festeggiamenti per il 71° anniversario dello sbarco alleato del gennaio 1944, che ci troviamo alle prese con un’altra ricorrenza legata ad un altro sbarco avvenuto molto tempo prima e di cui pochissimi conoscono l’esistenza e la storia, quello del 27 aprile 1849, che vide l’arrivo di seicento bersaglieri lombardi capitanati da Luciano Manara, direttamente dalla cocente sconfitta nella ripresa delle ostilità nella prima guerra d’indipendenza, per difendere la Repubblica Romana di Mazzini, Armellini e Saffi.

Manara

Sono trascorsi 166 anni da quell’episodio, quasi dimenticato dalla storia, che vide i fanti piumati arrivare a Roma, quasi di controvoglia, ma che si dimostrarono ai fatti, i più valorosi difensori della Repubblica nata dopo la fuga da Roma di Papa Pio IX, guadagnandosi il rispetto di tutti.

Ma andiamo con ordine.

Dopo un primo momento di governo ‘liberale’ in cui Pio IX accordò tutta una serie di concessioni liberali, come una certa libertà di stampa, l’istituzione di una Consulta di Stato ed infine la Costituzione, dopo la delusione seguita alla disfatta piemontese della prima guerra di indipendenza, il Papa fece un passo indietro con la famosa allocuzione ‘Non semel’ del 29 aprile (in cui sconfessava anche se stesso, visto che aveva inviato nel Veneto un corpo di volontari romani di 7.500 uomini), che non venne gradito dai suoi sudditi.

Per cercare di salvare il salvabile, Pio IX decise, allora, di nominare quale Primo Ministro una persona ‘fuori dai giochi’ come l’ex ambasciatore francese Pellegrino Rossi, persona di un certo livello intellettuale che varò un Governo attento alle istanze patriottiche, che scatenò –però- altri malumori, venendo considerato troppo conservatore dai liberali e troppo reazionario dalla vecchia nomenclatura papalina.

Tra l’altro, il Rossi era un acceso sostenitore della ‘Lega di principi’, mentre la maggior parte delle personalità cattoliche della penisola, tra cui il Gioberti, mirava ad una confederazione. Questo stava ad indicare la sua ferma posizione per una piena autonoma dello Stato della Chiesa, rimanendo in tal modo neutrale in caso di una eventuale ripresa della guerra tra Carlo Alberto e l’Austria.

Sta di fatto che il giorno stesso dell’Apertura dell’Assemblea Costituente, il 15 novembre 1848, Pellegrino Rossi cadde sotto il pugnale del figlio dell’agitatore popolare Ciceruacchio.

Il gesto e tutto quello che seguì nei giorni successivi, scavò quel solco incolmabile che fece nascere l’idea a Papa Mastai, di fare le valigie e trovare riparo nella fortezza di Gaeta, difesa dal re Borbone di Napoli.

A Roma, dopo due mesi di governo provvisorio presieduto da Carlo Armellini, la notte dell’8 febbraio 1949, venne proclamata dall’Assemblea Costituente la Repubblica Romana, a cui Pio IX si scagliò immediatamente contro, richiedendo l’intervento armato di Francia, Spagna, Austria e Napoli, per la sua restaurazione.

Alla richiesta del Papa, si contrapposero però, tanti volontari provenienti da tutta Italia, che arrivarono nella città Eterna attratti dallo spirito di libertà e di democrazia, o dall’ideale della repubblica ma, sicuramente  tutti convinti dell’assoluto bisogno di liberarsi dallo straniero.

La disciolta ‘Divisione Lombarda’ dell’esercito Sardo, di cui facevano parte i bersaglieri arrivati a Roma, era stata costituita nel corso della campagna del 1848 con reclute e volontari provenienti dalle provincie liberate del Lombardo-Veneto; rimasti inquadrati nell’armata di Carlo Alberto dopo l’Armistizio di Salasco, nel marzo del 1849, dopo l’infausta sconfitta di Novara, battaglia a cui non presero parte per un errata decisione del loro comandante, il generale Ramorino, i volontari lombardi si trovarono nella necessità di lasciare il Piemonte che, come previsto dal trattato di pace, non poteva più ospitarli.

Venne data facoltà, allora, di far scegliere ad ognuno il proprio destino: davanti c’erano due scelte, o tornarsene a casa, o per chi volesse continuare a combattere, c’èra la possibilità di partire immediatamente per Roma, dove c’era l’ideale repubblicano da difendere.

triumviri Triumviri

Furono 600 quelli che risposero al richiamo e partirono, seppur controvoglia, per quella destinazione. Come scrive Enrico Dandolo nel suo ‘I volontari e i bersaglieri lombardi’, bella testimonianza di tutta l’impresa del biennio 1948-49 degli uomini di Manara, “chiamati alla difesa di una repubblica di cui avremmo a lodare in progresso la militare resistenza, ma i cui principi politici non erano i nostri… mantenemmo sempre, sopra i cinturoni delle nostre spade l’onorata croce dei Savoia”.  Questo anche perché quasi nessuno di loro si fidava o aveva in simpatia il ‘lume’ di quella rivoluzione, Giuseppe Mazzini.

Così partirono su due modesti vapori, il ‘Colombo’ e il ‘Giulio II’, da Chiavari alla volta di Civitavecchia, in cui arrivarono (dopo un viaggio scomodo, disagiato e pericoloso) all’alba del 26 aprile.

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Ad attenderli, però, c’era una nuova sorpresa. Un porto stracolmo di navi francesi che avevano sbarcato, due giorni prima, il corpo di spedizione del Gen.Oudinot mandato a soccorrere il Papa e che con un sotterfugio, s’era impossessato della città, scalzando la guarnigione difesa dal Gen.Pietramellara.

Oudinot proibì a Manara di far sbarcare i suoi, con un affermazione –assai sciocca-che fece imbestialire il comandante dei volontari. “Voi Lombardi che c’entrate con gli affari di Roma?” A cui Manara, saggiamente rispose con un: “E voi Signor generale, che siete di Parigi, o di Lione, o di Bordeaux?”

Sta di fatto che l’attracco fu vietato e i due battelli dovettero necessariamente riprendere il largo e sbarcare ad Anzio, dove arrivarono il giorno dopo. Da lì, proseguirono per la campagna, pernottando il 28 ad Albano Laziale ed entrando in città il 29, accolti con soddisfazione e con tanta fiducia dal Gen. Avezzana, Ministro della Guerra della Repubblica Romana, che li volle passare immediatamente in rivista.

Lì ci fu subito il primo, ma forse anche l’unico screzio tra i nuovi arrivati, ferventi monarchici, e il gruppo romano, che denota ancora la diffidenza che c’era tra i volontari lombardi nell’affrontare quell’impresa.

Il Gen.Avezzana, alla fine della cerimonia, si lasciò andare ad un incoraggiante “Viva la Repubblica!” , a cui Manara non poté che rispondere, accompagnato da tutti i suoi “Viva l’Italia!”.

Il 16 maggio la brigata uscì da Roma e occupò prima Anagni e poi Frosinone,  ma dovette rientrare precipitosamente a Roma il 3 giugno quando i francesi del generale Oudinot attaccarono la città.

Una difesa strenua ma impossibile da attuare, vista l’enormità della forza militare messa in campo dal Corpo di spedizione francese, 30 mila uomini e 75 cannoni, una enormità. Basta immaginare che era la stessa quantità di uomini con cui Carlo Alberto aveva dichiarato guerra all’Austria.

villa spada Villa Spada

 

Nominato Capo di Stato Maggiore, da Garibaldi in persona, Manara, a solo 24 anni, s’immolo come la maggior parte dei suoi, durante la difesa di Villa Spada, il 30 giugno. Ferito a morte, riuscì a dettare prima di spirare, una lettera all’amica Francesca “Fanny” Bonacina Spini, in cui a mò di testamento, raccontò la fine della sua impresa: “Noi dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto; affinché il nostro esempio sia efficace, dobbiamo morire“.

Quattro giorni dopo la sua morte, con la lettura da un balcone di Palazzo del Campidoglio della Costituzione (in assoluto, la più ‘illuminata’ di tutte, ancor di più di quella francese), approvata dall’Assemblea Costituente Romana, la Repubblica Romana cessata di esistere.

Maurizio D’Eramo

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