LA MOSTRA ITINERANTE…

LA MOSTRA ITINERANTE…

Dopo il grande successo riscosso a Villa Adele, la mostra sui viaggi Antartici del ‘San Giuseppe Due’, verrà presentata in altre città a partire da Nettuno – Altri tre successi da incamerare per la mostra fotografica ‘Ancora sottozero’, legata alle imprese Antartiche del Comandante Giovanni Ajmone Cat e del suo Motoveliero ‘San Giuseppe Due’; dopo il successo riscontrato a Villa Sarsina, la mostra sarà visibile prima a Nettuno dall’8 al 13 settembre prossimo al Forte Sangallo di Nettuno e poi, in trasferta a La Maddalena e a Viareggio.

volantino Locandina dell’evento

 

Per l’esposizione di Nettuno l’Associazione Pungolo Club ringrazia vivamente i commissari Dott.ssa Raffaella Moscatella, il Dott. Roberto Leone, e i dirigenti Dott. Gianluca Faraone Dott.ssa Rita Dello Chicchi per l’opportunità concessa di ricordare non solo un uomo, ma anche e soprattutto la sua impresa: quella di essere stato il primo italiano a piantare il tricolore al Polo Sud, dopo aver percorso oltre 20.000 miglia di viaggio a bordo del ‘San Giuseppe Due’, usando le tecniche della vecchia marineria.

E proprio in merito a queste tecniche che la Municipalità de La Maddalena, in occasione della Regata a Vele Latine ‘La Rotta dei Contrabbandieri’ che si terrà il 26 e il 27 settembre, ha chiesto di ospitare la mostra fotografica che, ricordiamo proviene –in gran parte- dalla raccolta personale del Com/te Tito Mancini, uno dei componenti (insieme ai colleghi Mario Camilli, Giovanni Federici e Giancarlo Fede) dell’equipaggio della seconda spedizione Antartica.

Per quanto riguarda Viareggio, la mostra sarà allestita nella città toscana dall’8 all’11 ottobre in occasione dell’XI° Raduno delle vele storiche, manifestazione organizzata dal glorioso Club Nautico Versilia e dall’AIVE (Associazione Italiana Vele d’Epoca), che raduna ogni anno le più belle ed importanti imbarcazioni che hanno fatto la storia dello yachting.

L’occasione della Mostra a Nettuno, che ricordiamo sarà inaugurata martedì 8 settembre alle ore 18.00, ci ha dato l’opportunità di metterci in contatto con uno ‘dei cinque che fecero l’impresa’, il Com./te Mario Camilli.

Alcune domande, giusto per rendere chiara l’impresa, anche dal punto di vista dagli altri componenti della spedizione. Perchè se è pur vero che l’ideatore, la mente e la guida dell’intera impresa fu il Comandante Giovanni, è pur vero che insieme a lui c’erano anche altre quattro persone che hanno condiviso un’impresa senza eguali. Quindi è giusto sentire anche la loro voce per non scordarci di loro e né, tantomeno,  sminuire il loro operato.

Signor Camilli, quanti anni aveva all’epoca e come arrivò ad essere imbarcato sul ‘San Giuseppe Due’?

“Avevo 27 anni – Con il grado di 2° Capo TM/MN–Op.Sub (operatore subacqueo servizio sicurezza). Sul San Giuseppe Due, ricoprii l’incarico di Capo Gruppo Militare e Direttore di Macchina (avevo già 10 anni di anzianità di servizio e all’epoca ero Capo Gruppo Propulsione di una unità della Marina Militare). La Nave Militare su cui ero imbarcato aveva avuto un incidente (incendio a bordo) per cui doveva sottoporsi a dei lavori di manutenzione. L’allora Ammiraglio Antonio Scialdone, Capo del Personale della Marina, dopo aver parlato con il mio Comandante (C.F. Giampaolo Missina) da cui aveva appreso notizie sul  mio operato di servizio e sul mio comportamento, mi contattò e mi propose se ero disposto a partecipare  a quell’avventura.  Accettai, con entusiasmo, in meno di 24 ore. Il Comandante Ajmone Cat, seppi in seguito, dopo l’esperienza accumulata durante il primo viaggio investigativo effettuato nel 69/71, era alla ricerca di personale per formare un nuovo equipaggio, e aveva chiesto espressamente un equipaggio militate altamente specializzato”.

mario camilli Mario Camilli all’epoca del secondo viaggio

 

Ci furono momenti, durante quel travagliato viaggio in cui si disse: “ma chi me l’ha fatto fare?” 

“NO. Non mi è mai passato neppure per la mente “chi me lo ha fatto fare” L’impegno assunto e l’orgoglio personale non me lo permetteva:. Ne andava di mezzo anche onore della Nostra Marina Militare”.

Cosa si pensa a stare per tanti giorni in mezzo ad una natura ostile e decisamente non ‘nostra’, come i ghiacci antartici?

“I pensieri sono tanti e molteplici. Decisamente  meravigliosi per  ‘noi’ che ci ritrovammo ad essere immersi in un ‘nuovo Mondo’, visto che a quel tempo l’Antartide era sconosciuta ai più. La natura era si ostile, ma benevola con chi la sapeva affrontare con il dovuto rispetto come facemmo noi. Poi ritrovarti nel mezzo del Ghiaccio infinto ad “Ascoltare il silenzio” è una cosa che ti toglie il fiato. A volte non si trovano parole per descrivere tutte le sensazioni che la vita ti offre, e questa è una di quelle. Vedere il sole sparire all’orizzonte per poi risorgere dopo pochi minuti è un effetto che non scorderò  mai. Così come vedere delle vere montagne di ghiaccio (iceberg) che si muovono insieme alla tua barca… tu cerchi di evitarle, e sei sempre all’erta. Il pericolo, purtroppo è sempre in agguato, ma in navigazione tante cose sono superate da altre sensazioni, come  sentire il “Canto del Vento”, oppure quando ti ritrovi  in  “Calma di vento” e scopri il riflesso della tua barca sulla superficie del mare, come in un immenso specchio”.

Comunità Italiana a Buenos Aires Festeggiamenti a Buenos Aires della Comunità italiana

 

Due cose accadute durante quel viaggio, la più bella e la più brutta.

“Di cose belle ne sono accadute moltissime, ma la più importante, credo sia stata l’accoglienza che abbiamo sempre ricevuto dalle “Comunità Italiane residenti all’Estero”:  eravamo un piccolo pezzo della loro Patria  lontano, Erano orgogliosi più di noi, specialmente nel leggere gli articoli dei giornali locali che riportavano della nostra spedizione. Per loro eravamo “Gli eroi” che cercavano di sfidare il grande oceano su un “Guscio di Noce” per giungere là dove nessun’altra Barca a vela battente bandiera Italiana aveva mai osato: portare il Tricolore più a Sud possibile.  Con il senno di poi… dico, il momento più brutto è senza dubbio quando una mattina ci ritrovammo a “secco” con la barca. C’era stata una scossa tellurica più forte delle altre (eravamo ancorati in Deception Islas – isola vulcanica – dove nei giorni precedenti il rumore della catena dell’ancora ci teneva svegli mentre sbatteva nell’occhio di cubia a seguito delle frequenti piccole scosse), ovvero un bradisisma… il fondo del mare si era alzato di alcuni metri, e la fortuna volle che ci trovavamo in fase di bassa marea, con il ritorno della marea e del nostro lavoro (spalammo attorno allo scafo) il ‘San Giuseppe Due’ tornò a galleggiare. Ma al momento si prese come un piccolo imprevisto non calcolato”.

AL-bradisisma  il risveglio dopo il bradisisma

 

Cosa le è rimasto dentro di quell’esperienza?

“Mi sono rimaste moltissime cose, ma quello che più mi ricordo è l’esperienza sulla convivenza, su un piccolo legno… cinque persone diverse fra loro, con storie diverse che riuscirono (malgrado qualche piccolo screzio) a convivere più di un anno, in ambiente angusto e in zone particolarmente ostili, ma che –nonostante tutto- riuscirono a portare a termine il compito loro affidato. Poi l’ “Orgoglio” di avere partecipato alla ‘Prima spedizione Antartica Italiana’ ed essere tornati sani e salvi senza alcun particolare incidente o avaria grave. Così come ricordo con Orgoglio, l’onore di essere stati, insigniti dal Comando Generale della Armada Argentina del ‘Distintivo Antartico’, consegnataci a Roma, presso Ambasciata Argentina dall’allora Ambasciatore, nel Gennaio 1975. Con la speranza che la nostra impresa abbia contribuito, in seguito, affinché l’Italia  potè aderire al Trattato Antartico”.

Dopo tanti anni, le capita di sognare quella indimenticabile esperienza? E soprattutto -per concludere il tutto- col senno del ‘poi’, la rifarebbe?

“Dopo tanti anni non solo mi capita di sognare l’indimenticabile esperienza, ma attualmente con “il risveglio”  per il ricordo del Comandate Ajmone… i ricordi riaffiorano più vivi che mai, il ritrovarci tutti e quattro assieme come una volta è stata una cosa meravigliosa, vuol dire che la nostra non era solo una convivenza di servizio ma era ed è “VERA AMICIZIA” che ci legherà per tutta la vita. Il  solo rammarico è che il Comandante non è più con noi, ed avessi qualche anno in meno, non esiterei un attimo, sempre con gli stessi compagni di un tempo a riprendere il mare e volgere la prora verso  la ‘Croce del Sud’”

Maurizio D’Eramo

 

 

 

 

 

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