Intervista all’artista: Giulia Ripandelli, l’arte della memoria e del riuso

Intervista all’artista: Giulia Ripandelli, l’arte della memoria e del riuso

Ciò che veramente mi ha avvicinato all’arte è stata la scoperta delle cose “trovate, l’artista romana si racconta in questa intervista e ci spiega il suo ultimo lavoro, realizzato insieme all’artista turca Benal Dikmen, in mostra al Forte Sangallo di Nettuno fino al 20 novembre 

Una ricerca artistica incentrata prevalentemente sull’uso di materiali poveri o di recupero come carta, stoffa, legno, spago e sul riutilizzo di oggetti “trovati” per donargli nuova vita. È questa la linea artistica
di Giulia Ripandelli, artista romana poliedrica ma dalle idee chiare. “Ciò che veramente mi ha avvicinato all’arte è stata la scoperta delle cose “trovate”. Inizialmente furono vecchie carte ingiallite su cui scrivevo e che strappavo e rincollavo, poi via via iniziai a utilizzare altri materiali come legno, spaghi, vecchi merletti, quasi sempre cose in disuso o abbandonate” – spiega l’artista che si racconta in questa intervista tra passato, presente e futuro artistico.

giuliaDiplomata in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, la Ripandelli dopo aver lavorato come scenografa, decoratrice d’interni, illustratrice e grafica, si dedica esclusivamente alla ricerca artistica e alla didattica. Sempre attiva sul territorio con mostre, collettive e personali, partecipa a diversi premi e concorsi, Nel 2015 si classifica seconda alla V edizione di Shingle22j, la Biennale d’arte contemporanea di Anzio e Nettuno, con l’opera “La Venere degli Sprechi”. Fino al 20 novembre l’artista sarà di nuovo a Nettuno con  la mostra personale allestita al Forte Sangallo di Nettuno, insieme all’artista turca Benal Dikmen con la quale ha realizzato anche un lavoro comune, che si può ammirare nel sala del portico. Un lavoro a quattro mani pensato per raccontare l’incontro tra i loro due mondi di appartenenza, Italia e Turchia,Oriente e Occidente. E la Ripandelli lo fa prendendo spunto Antonio da Sangallo il Vecchio, progettista del Forte Sangallo di Nettuno e pioniere della “fortificazione alla moderna”, e Sinan, il grande architetto dell’Impero Ottomano. Le fortificazioni diventano così il filo conduttore del suo racconto artistico che ben si intreccia con quello della Dikmen

 

Come nasce il suo amore per l’arte e qual è il filo conduttore delle sue opere?

 “Fin da bambina ho sempre amato disegnare, e matite e colori erano miei compagni inseparabili. Ma ciò che veramente mi ha avvicinato all’arte è stata la scoperta delle cose “trovate”. Inizialmente furono vecchie carte ingiallite su cui scrivevo e che strappavo e rincollavo, poi via via iniziai a utilizzare altri materiali come legno, spaghi, vecchi merletti, quasi sempre cose in disuso o abbandonate. Era come se questi oggetti, carichi di un loro passato ormai obsoleto, mi chiedessero di essere portati a nuova vita, ed io non facevo altro che assecondare questa esigenza cercando di valorizzare le loro qualità intrinseche, la loro superficie, la loro sfumatura, valorizzandoli ed esaltandoli con interventi di colore, o combinandoli insieme. Questo mi ha portato naturalmente a lavorare con materiali molto diversi tra loro ma legati dal filo della memoria…”.

Il progetto in comune con Benal Dikmen, l’altra artista che espone con lei al Forte Sangallo di Nettuno, è un esempio di come l’arte riesce a far dialogare Oriente e Occidente. Quale linea ha seguito per la realizzazione del progetto?

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A sinistra di spalle Giulia Ripandelli

 “Quando si è presentata l’opportunità di fare questo progetto, Benal e io non ci conoscevamo ancora. Lei era a Istanbul e io a Roma. Abbiamo cominciato a scriverci via mail in inglese, con tutte le difficoltà che potete immaginare, per cercare di trovare una linea comune. È stato quindi questo scambio di idee con lei che mi ha portato a scegliere due personaggi come spunto per il mio lavoro: Antonio da Sangallo il Vecchio, progettista del Forte Sangallo di Nettuno e pioniere della “fortificazione alla moderna”, e Sinan, il grande architetto dell’Impero Ottomano, di poco più giovane, entrambi grandi innovatori nel loro campo. Da qui l’idea di mettere a confronto le strutture delle fortezze e delle moschee, viste in pianta come forme astratte fatte di pieni e vuoti e trattate in monocromia. Un filo che lega maggiormente Oriente e Occidente dato che le nostre antiche fortificazioni sono presenti in Oriente così come le moschee sono ormai presenti qui da noi”.

Per quanto riguarda le sue opere, sono state create a “hoc” per questa personale? C’è un filo conduttore che le collega o sono lavori pensati singolarmente?

“In parte erano preesistenti e in parte sono state create apposta. “Chi non arriva” e “Guardami” sono opere del 2015. Le altre, “Lunaria”, “Chi arriva dal mare”, e “O Mare Nero” sono del 2016 e le ultime due create apposta per questa mostra. Il filo conduttore che le lega è la presenza in tutte di una piccola e opera artista Ripandelliclassica cornice dorata. Queste cornici sono oggetti “recuperati”, nel senso che le ho trovate ammucchiate e impolverate in un’enorme magazzino di rigattiere e subito hanno catturato la mia attenzione. Eravamo in quei tristi giorni (che purtroppo non erano i primi e neanche sarebbero stati gli ultimi) delle grandi tragedie del mare nel Canale di Sicilia, così le mie piccole cornici dorate, invece che andare ad incorniciare paesaggi classici o piccoli ritratti, mi sono servite per ridare dignità e memoria ai tanti senza nome scomparsi nelle acque del nostro mare. Così è nato il primo lavoro, “Chi non arriva”, e i due lavori di “Guardami”. “Chi arriva dal mare” è dedicato invece a chi ce l’ha fatta, mentre “O Mare Nero” riguarda più l’inquinamento per la plastica nei nostri mari. I quindici piccoli quadretti di “Lunaria”, viceversa, sono un po’ come paesaggi argentei di sogno, una ricerca di purezza in tante tragedie”.

Lei si è classificata seconda alla V edizione di Shingle22j. Ci può raccontare, in sintesi, la sua esperienza alla Biennale? 

 È la seconda volta che partecipo alla Biennale, la prima fu nel 2011 e mi classificai fra i finalisti. In entrambi i casi ho potuto apprezzare la serietà, l’impegno e la passione con cui gli organizzatori lavorano perché quest’evento sia importante per il territorio e per gli artisti che aderiscono. È una garanzia per chi partecipa poter contare su una selezione accurata ed attenta e su allestimenti e sedi sempre di alto livello. Poi, in fondo ma non ultime, la simpatia e l’accoglienza, che sono fondamentali perché si possa lavorare insieme con serenità…”.

Cosa consiglia agli artisti che volessero partecipare alla VI Biennale di Anzio e Nettuno, dato che a breve sarà pubblicato il nuovo bando?

 “L’unico consiglio che mi sento di dare, per partecipare a questo come ad altri bandi, e in generale per portare avanti un proprio percorso artistico, è quello di non porre limiti alla propria immaginazione e non imbrigliare la fantasia in mode o schemi precostituiti, di andare sempre avanti con la propria testa e avere il coraggio di affermare cose che potrebbero anche sembrare assurde ai più. L’artista deve rendere visibile qualcosa che è visibile solo a lui, quindi è un visionario, ma con un occhio sempre attento alla realtà”.

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Intervista a cura di Luisa Calderaro e Elisabetta Civitan

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