Il 17 aprile il referendum sulle trivelle: info utili

Il 17 aprile il referendum sulle trivelle: info utili

Il conto alla rovescia è iniziato: domenica 17 in tutta Italia i cittadini saranno chiamati alle urne per decidere se abrogare l’ultima norma, inserita con la legge di stabilità, che permette alle società petrolifere di ricercare ed estrarre petrolio e gas entro le 12 miglia senza limiti di tempo. Si voterà solo domenica, dalle ore 7.00 alle ore 23.00 presso il seggio in cui si è iscritti (basta controllare il numero sulla tessera). La scheda è una sola, gialla, con un quesito referendario a cui si può
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ispondere “Sì” o “No” con una croce. Perché la proposta sia approvata, occorre raggiungere il quorum, cioè il 50% più uno degli avanti diritto al voto e che la maggioranza dei votanti si esprima con il sì. Hanno diritto al voto tutti i cittadini italiani che hanno compiuto la maggiore età, gli italiani residenti all’estero (secondo le normali procedure di voto) e i fuori sede che possono votare nel proprio Comune di residenza o iscriversi come “rappresentanti di lista” nel Comune dove si studia o lavora. Il referendum sulle trivelle è il 67esismo referendum di tipo abrogativo della storia repubblicana, richiesto per la prima volta dalle regioni. A proporlo sono stati 9 consigli regionali (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, ImmagineCalabria, Liguria, Campania e Molise; in un primo momento figurava anche l’Abruzzo che però si è ritirato) sostenuti da diverse associazioni e movimenti in difesa per l’ambiente. Inizialmente erano stati presentati sei quesiti: cinque sono stati bocciati dalla Cassazione in seguito alle modifiche attuate dal governo con la legge stabilità. Ne è rimasto solo uno, ed è quello su cui gli italiani saranno chiamati ad esprimersi domenica 17 aprile. Ma cerchiamo di capire meglio cosa si andrà a votare.

Il quesito che si troverà stampato sulla scheda è il seguente: “Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?» In pratica si voterà per decidere se  dare o meno concessioni illimitate alle società petrolifere. Chi vuole bloccare e far chiudere le trivelle dai mari italiani deve votare sì, chi vuole che le trivelle restino fino a vita utile del giacimento deve votare no.

Cosa succede se si vota Sì e vince il sì: si potrà ristabilire un limite di tempo alle concessioni per estrarre petrolio nei nostri mari, ripristinando quanto prevedeva la norma per ogni altra concessione di ricerca ed estrazione, ovvero una scadenza temporale (6 e 30 anni a seconda delle concessioni). Una volta scaduta la concessione  la piattaforma dovrà chiudere. Per il comitato nazionale vota sì per fermare le trivelle (che raggruppa oltre alle regioni promotrici del referendum, anche 160 associazioni ambientaliste tra cui Wwf, Legambiente e Greenpeace), è importante andare alle urne e votare sì non solo per dire basta alle trivelle, per evitare rischi ambientali e sanitari, per salvaguardare l’ambiente, il mare e le risorse come il turismo e la pesca; ma anche per lanciare un messaggio chiaro al Governo Renzi affinchè definisca una precisa politica energetica sostenibile basata sulle energie rinnovabili e non sulle fonti fossili, vecchie e inquinanti. Durante la campagna referendaria il comitato ha più volte sottolineato che tutto il petrolio presente sotto il mare italiano basterebbe al nostro Paese per sole 8 settimane, mentre già oggi l’I Italia produce più del 40% di energia da fonti rinnovabili. Inoltre se vincesse il sì, non si perderebbe neanche un posto di lavoro diversamente da quanto dichiarato dal Premier Renzi, che tra l’altro ha invitato gli italiani ad astenersi.

Cosa succede se si vota No, vince il no oppure non si raggiunge il quorum: la legge non verrà modificata, quindi le estrazioni in corso potranno continuare fino all’esaurimento del giacimento e le concessioni potranno essere rinnovate. Secondo il comitato del no, il cosiddetto comitato “Ottimisti e razionali” presieduto da Borghini, il referendum del 17 aprile è ingannevole e dannoso. Le estrazioni di gas a livello ambientale sono sicure, le trivellazioni non causerebbero nessun danno a risorse come il turismo. Il 50% del gas viene dalle piattaforme che si trovano nell’alto Adriatico; nessuna delle numerose località balneari, a cominciare dalla splendida Ravenna, ha lamentato danni. E sulla questione delle rinnovabili, il comitato del no ha sottolineato che il futuro sarà delle rinnovabili, ma vanno integrate perché la loro affidabilità è limitata.

La mappa delle concessioni in Italia

mappaSecondo i dati diffusi da Legambiente, nel nostro mare, entro le 12 miglia, ci sono ad oggi 35 concessioni di estrazione di idrocarburi (coltivazione). Tre di queste sono inattive, una è in sospeso fino alla fine del 2016 (è quella di Ombrina Mare, al largo delle coste abruzzesi), cinque erano non produttive nel 2015. Le altre 26 concessioni, che sono produttive, sono distribuite tra il mare Adriatico, il mar Ionio e il canale di Sicilia, per un totale di 79 piattaforme e 463 pozzi.

Un referendum difficile –  Sino ad oggi la consultazione fissata per il 17 aprile ha avuto un iter “travagliato”. Parliamo, infatti, di un referendum quasi dimenticato dal mondo dell’informazione, osteggiato dal Governo Renzi e segnato in queste ultime settimane da un clima politico “bollente” con la querelle nata all’interno del Pd, (sempre più spaccato sulla questione trivelle e voto referendum), dallo scandalo Guidi-Boschi, dall’emendamento su Tempa Rossa. Anche la data scelta del 17 aprile è stata al centro di molte polemiche, dato che il Premier Renzi ha scartato l’ipotesi di un election day decidendo di non accorpare la data della consultazione alle amministrative di giugno (e sprecando così ben 360 milioni di euro). Il Presidente del consiglio ha invitato ad astenersi e non andare alle urne, un messaggio condiviso dall’ex Capo di Stato Giorgio Napolitano ma criticato dal Presidente della Corte Costituzionale Paolo Grossi e dai presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso. Questi ultimi hanno ricordato che il referendum è uno strumento democratico, popolare, costituzionale, rappresenta una grande opportunità per affermare la democrazia diretta.