Chiudere la transizione

Chiudere la transizione

Il sistema politico ed istituzionale italiano attraversa una fase di perenne transizione da ormai vent’anni. L’avvio di tali trasformazioni coincide con il cambiamento delle opportunità della competizione politica verificatosi tra la metà e la fine del 1993 per l’uscita di scena di tutti i partiti di governo della Prima Repubblica e per l’introduzione di nuove regole elettorali. Nel frattempo si è affermato il bipolarismo, ma l’eterogeneità interna delle coalizioni le rende potenzialmente instabili, e la loro reciproca ostilità è ancora troppo alta per un “paese normale.”

I governi sono divenuti più longevi ma ondeggiano tra la riemersione di faide interne e la tentazione di togliere all’opposizione anche le prerogative necessarie per svolgere efficacemente il suo ruolo di controllo. Le autonomie territoriali si sono irrobustite ed è prevalsa l’idea che l’assetto dello Stato debba assumere una forma federale, ma manca l’architrave più importante: un ramo del Parlamento come sede di raccordo tra potere centrale e periferia. Grazie all’apprendimento degli attori politici e degli elettori, ha quindi preso piede la logica maggioritaria, nei rapporti tra elettori, partiti, parlamento e governo, e l’idea federale, nei rapporti tra centro e periferia.

Per chiudere la transizione è necessario un adattamento del disegno costituzionale che ricalchi il modello del “governo del Primo ministro” col contrappeso di uno “statuto dell’opposizione” e che sancisca la fine del bicameralismo perfetto.

Il dibattito in merito alle ultime vicende in termini di legge elettorale e di architettura costituzionale spesso non brilla per onestà intellettuale. Il dato storico, conferito dalla crisi economica, di certo non aiuta e per questo il compito del legislatore diventa particolarmente complesso.

Negli ultimi anni il nostro paese è diventato un vero e proprio laboratorio politico con offerte frammentate e qualitativamente diverse. La domanda sorge spontanea: reintrodurre le scuole di partito? Forse il prospetto teorico che meglio descrive il sistema partitico della Prima Repubblica rimane quello del politologo Giovanni Sartori che muove proprio dal caso italiano per illustrare la categoria del sistema di “pluralismo polarizzato”, per numero di partiti, multipartitismo, polarizzazione, competizione centrifuga, presenza di partiti antisistema e di opposizioni bilaterali. Il protrarsi in Italia di un sistema partitico con questi caratteri configura sempre più una patologia del sistema, ponendo le basi per alcuni aspetti negativi ancora oggi presenti. Per chiudere la transizione occorre una nuova classe dirigente, preparata, con competenze adatte ad interpretare la geografia e i tempi che corrono.