‘NA VORTA ERA COSI’ – Anzio vista dagli scrittori dell’800: ADONE PALMIERI

‘NA VORTA ERA COSI’ – Anzio vista dagli scrittori dell’800: ADONE PALMIERI

Incominciamo la trattazione di questa rubrica che vuole essere un omaggio alla ‘nostra Anzio’, quella fatta di storia, aneddoti, monumenti, palazzi signorili, mare e tanto verde, con il racconto che ce ne fa Adone Palmieri nel suo ‘Topografia statistica dello Stato Pontificio’ con il lunghissimo sottotitolo de: ‘breve descrizione delle città e paesi loro malattie predominanti commercio, industria, agricoltura, istituti di pubblica beneficenza santuari, acque potabili e minerali, popolazione ‘, opera datata 1857, uscita dai tipi, come si diceva allora, della Tipografia Forense.

Un opera che illustrava la situazione dello Stato della Chiesa a quella determinata data, dividendo le varie argomentazioni in due distinte parti; la prima, dedicata alle varie delegazioni pontificie nate con la ristrutturazione amministrativa del 1816 (che restò in vita fino all’arrivo dei ‘piemontesi, nel 1870), racchiudeva sotto ogni capitolo i luoghi di maggiore interesse ivi presenti, e una seconda parte ‘Appendice della prima parte’, con tutto quello che c’era da sapere sulle attività commerciali, religiose, amministrative  e sanitarie dello Stato Pontificio.

Anzio faceva parte della Comarca di Roma, che includeva oltre all’Urbe, anche parte dell’Agro Romano, con le città di Anzio, Nettuno e Ariccia, ed era ‘governata’ dalla Diocesi di Albano.

Come scriveva Palmieri, all’epoca vi si arrivava “per la rotabile strada” che portava a ‘Fontana di Papa’, che era una piccola “Osteria di campagna, ove si farman le vetture, e v’è da desinare”. A venti miglia da lì, dopo aver passato la tenuta di Capoccetto, dei principi Borghese, “si giunge giù a Porto d’Anzio, che rimane sulle sponde del mare, in una veramente pittoresca veduta. Eretto esso da Anteo, figlio di Ulisse fu di un floridissimo , e celebre per le sue piraterie sul mare”.

content2  L’introvabile libro di Palmieri

Dopo aver parlato del periodo Osco e della sua guerra contro Roma, l’autore illustra il periodo imperiale con la nascita del porto Neroniano, fino ad arrivare alle scorrerie saracene dei secoli IX° e X°, che fecero fuggire “il suo popolo  per boschi  e per le foreste”, decretando la fine dell’Antium romana e del suo porto, che andato in rovina, in parte crollò e in parte venne abbattuto per non dar riparo ai barbari. Questo fino al periodo del Papato di Innocenzo XII, che “vedendo deperito il porto (…) vi fece costruire dall’Architetto Zinaghi altro Porto con piccol Forte, e Molo, che nel 1813 fu assai danneggiato dagl’Inglesi che il bombardarono. Tale porto Innocenziano è formato a cul di sacco, ivi le tempeste lo riempion d’arena, e per tenerlo espurgato alla meglio, v’occorrono 1300 annui scudi, e vi entrano solo 500 piccole navi, perché interrato”.

Come si vede sono passati tanti secoli, ma il problema rimane…

Nel parlare della rinascita cittadina, avvenuta intorno al porto, l’autore ci dice che il Pontefice si adoperò a far venire, per ripopolarla “molti marinaj Napoletani attirativi dall’abbondante pesca, ed in ispecie delle alici (Clupea encrasilocus), e delle sarde (clupea serratus)”

Al tempo della narrazione, ricordiamo 1857, la città, grazie all’impegno profuso anche dall’altro ‘Benefattore’ Pio IX, aveva un “suntuoso Tempio e Convento, la cui prima pietra fu posta il 15 settembre 1851 da Monsignor Vicereggente di Roma. E’ tutto dipinto a finti marmi. Prima ve ne rea un solo e piccolo, costruitovi da Innocenzo XII, dedicato a S.Antonio di Padova”.

Poi l’autore passa a illustrare i vari palazzi e ville (la maggior parte delle quali già in stato d’abbandono), presenti in città alla vigilia della caduta del potere temporale della chiesa.

Si inizia da Villa Albani, con il “Regnate Sovrano che vi acquistò anche il Palagio coll’annesso giardino e villa, oggi ridotta a vigna, costruitovi nel 1732 dal Cardinal Albani, ove riuniva Letterati sommi, ed essendovi loggiati e marmoree balaustre, e come posto in collina, vi si gode la bellissima veduta del sottoposto mare”

Sempre leggermente rialzato si presentava il ‘palagio Corsini, ora Mengacci’, costruito da Clemente XII, e a quel tempo racchiuso da un imponente muraglione.

Poi c’era il Palazzo dei Pamphilj, a quel tempo di proprietà degli Aldobrandini, “ove vuolsi esistette il tempio d’Esculapio, e ove era la celebratissima statua d’Apollo detta i Belvedere, che da ivi si escavò sotto Giulio II; e l’altro sommo palagio, è la Villa Borghese, già di Costaguti a metà della via fra Anzio e Nettuno, e si vede più di 20 miglia lontano entro il mare, e serve di segnale ai naviganti”.

 

prospetto_villa_adele_150

E parlando dei naviganti non si poteva far cadere il discorso sulla Lanterna, il primitivo faro del porto, “specie di casotto”, che venne costruita nel 1815.

Dolce è il clima di Porto d’Anzio e temperato; deliziosa la veduta, e ti ricorda la ridente costiera partenopea. Il fabbricato à assai ristretto, consistendo in due sole strade a retto angolo della estensione di circa 685 passi di uomo andante, incominciando dalla prima casa venendo da Nettuno, sino alla punta del molo. Altra corta via esiste per la strada che adduce a Roma, e prima v’eran nel paese molte capanne, che vanno oggi pian piano  dileguandosi per dar luogo a fabbriche nuove. Vi sono buone Locande, Caffè, Bigliardi, e se abbonda sempre di pesce, nel vierno vi si trova in copia cacciagione e latticini. Non vi sono signorili Famiglie, ma vi è un continuo andirivieni di forastieri, in ispecie nel tempo dei bagni, ed in autunno. In allora si fanno delle feste, luminarie, fuochi d’artificio, e se è tranquilla la marina, spargono gli Anziati su le acque dei pezzi di sughero con sopra accese luci, che producono bellissima veduta

 

Per concludere questa prima parte, il Palmieri ci ricorda che la Festa Patronale, “con molto concorso” era –come accade anche oggi- il 13 giugno, ricorrenza di S.Antonio da Padova, mentre il paese contava in quel 1857 ben 165 famiglie “ristrette in 68 case con 996 abitanti”, a cui c’era da aggiungere la “Casa di Condanna, sotto un loggiato di 12 archi a pian terreno, che contiene 150 forzati, 20 Guardiaciurme, un Capo custode e un Direttore

Nella seconda parte della nostra trattazione, esporremo le varie attività commerciali ed amministrative dell’epoca, così come illustrate dal Palmieri (Fine Prima parte).

Maurizio D’Eramo