A margine della mostra sugli impressionisti francesi…

A margine della mostra sugli impressionisti francesi…

La magia delle ninfee… da Mallarmé a Monet

( …) Che fare? O mio sogno, consigliami.

Riassumere, con uno sguardo, la vergine assenza sparsa per questa solitudine, e così come si coglie, per memoria di un sito, una di quelle magiche ninfee in boccio che vi sorgono a un tratto, chiudendo entro la loro cava bianchezza un nulla, formato di sogni intatti, della felicità che non avrà luogo, e del mio fiato qui trattenuto per la tema di un’apparizione … con quella partirsene. Tacitamente, vogando via a poco a poco, senza frangere l’illusione con l’urto, e senza che lo sciacquio della visibile bolla di schiuma avvolta intorno alla mia fuga, possa recare ai piedi di nessun sopraggiunto la sua trasparente somiglianza col ratto del mio fiore preferito (…). “La Ninfea Bianca (1895)” di Stéphane Mallarmé.

La lettura della prosa di Mallarmé affascina e cattura per il linguaggio raffinato e nello stesso tempo oscuro e misterioso, per la suggestione delle immagini, per le istanze evocative e conoscitive delle singole parole. La ninfea bianca di cui si parla, allora, è il fiore che nella realtà prospera solo in acque tiepide e ferme, o è solo un simbolo? E di cosa? Dell’universo femminile, delle misteriose fonti della vita o dell’inconsistenza della stessa, perché tutto è sogno?

La ricerca di un nuovo linguaggio e di una nuova dimensione di una realtà più intima ed emozionale, coinvolse molti artisti, non solo poeti, negli ultimi decenni del 1800 e nei primi del 1900. Monet, con le sue ninfee immerse in “una natura così liquidamente impenetrabile” può essere considerato un precursore dell’esigenza di guardare e rappresentare la vera essenza del mondo, al di là delle apparenze, con uno stile pittorico originale e innovativo. I due artisti furono uniti non solo da una profonda comunanza d’idee, ma anche da amicizia e solidarietà. Anche il poeta poté immergersi nel giardino acquatico che il pittore, negli anni della maturità, aveva realizzato a Giverny, ammirare quelle ninfee che diventeranno il motivo dominante della pittura di Monet, che lo impegnerà fino alla fine.

Gli anni che vanno dal 1897 al 1926, saranno testimoni della febbrile produzione del pittore parigino; le sue tele, però, al di là del medesimo motivo ispiratore, col passare del tempo, assumeranno connotazioni diverse.

Nella prima serie, spesso è presente il ponte giapponese, ornamento reale all’interno del giardino, che si allunga sullo stagno delle ninfee in primo piano, lasciando libera la vista sulle sponde più prossime, la cui vegetazione abbondante e impenetrabile, si riflette sulla superficie dell’acqua. In questi primi lavori, la zona del cielo è volutamente limitata affinché lo sguardo si concentri sulla flora e sull’acqua. I dipinti successivi, invece, non riproducono più le sponde; sarà la superficie dell’acqua coperta dalle ninfee e dai riflessi delle nuvole e del cielo, a occupare interamente la tela. Saranno appunto i riflessi a creare paesaggi senza orizzonte. Il pittore oramai stende il colore in maniera tale che le forme oggettive, le foglie, i fiori delle ninfee, l’erba ondeggiante sotto la superficie, possano fondersi con i riflessi sull’acqua dei salici e dei prati, al punto che l’osservatore non sa più riconoscere, con precisione, ciò che è natura riflessa e ciò che è natura reale. Non c’é più, quindi, solo rappresentazione della realtà, ma, soprattutto, del pacato fluttuare di emozioni, ricordi, sogni. Col passare degli anni, il formato delle tele, si amplia notevolmente e prevale, in maniera assoluta, l’esigenza di trasmettere solo una sintesi delle diverse risposte emotive dell’artista, di fronte al paesaggio del giardino acquatico, opera d’arte di per sé. La pittura insomma diviene proiezione dei sentimenti soggettivi e la natura si fa metafora.

Laura Siconolfi